🤯Storia della mia invidia per Matteo Marchesano.
O di come leggo una news su Slack, lascio un contratto indeterminato e divento fractional - proprio come Matteo.
In principio fu: l’invidia.
Il primo ricordo che ho legato a Matteo Marchesano è l’invidia.
E non ho nessuna vergogna ad ammetterlo.
Succede secoli fa.
Nel 2021.
Quando scopro che Matteo (al tempo mio collega) sta fondando un nuovo progetto imprenditoriale. Lui e i suoi soci affittano grandi case in postacci tipo le Canarie, o l’Indonesia, e lì ospitano nomadi digitali da tutto il mondo - che in quelle case lavorano, surfano, si incontrano e fanno cose insieme.
Ecco, quel giorno mentre leggo questa news nella chat Slack di gruppo mi sarei cavata gli occhi, dall’invidia🙈
Perché a quel tempo lavoravo (e di fatto vivevo) in OGR Tech.
Ne ero felice.
Ma anche l’ufficio più stimolante del mondo può cominciare ad andarti stretto: sognavo un futuro diverso. Meno ripetitivo, più avventuroso, e soprattutto più altrove.
Ma appunto: sognavo. Non avevo un piano preciso, una strategia.
Ora, tanto tempo dopo, la mia vita è molto diversa.
E se adesso di lavoro faccio quel che faccio - e soprattutto lo faccio come lo faccio - so che lo devo anche all’invidia che ho provato per Matteo quel giorno.
Anche grazie a quel rosicamento, ora, nella mia vita la parola lavoro spesso fa rima con viaggio.
Ma, per ironia della sorte, ora fa rima anche con un’altra parola che ho in comune con Matteo: fractional.
Ma cosa vuol dire fractional? E perché l’ho chiesto proprio a Matteo Marchesano (tra 100 altre cose) in questa intervista 👇?
Fondamentalmente,
“dire che sei fractional è un modo più sexy di dire che hai aperto partita iva.”
Al di là dell’ironia, Matteo ha ragione.
Però.
Però se mi presento come una una fractional-qualcosa, non sto affermando solo che sono un libera professionista e che quindi collaboro con più realtà alla volta, ma sto dichiarando anche che in quella specifica attività - in quello specifico qualcosa - ho un grado di competenza molto elevato.
Per intenderci, se dico che sono una un fractional CFO, chiarisco che sono talmente brava a far tornare i pasticci nei libri contabili delle aziende che lo faccio (e bene) per più realtà contemporaneamente.
O ancora, se nelle mail mi firmo fractional event manager voglio comunicare a potenziali clienti che non devono richiedere i miei servizi come galoppina e mera esecutrice, bensì che la mia esperienza nell’organizzare eventi è tale da richiedere la mia consulenza come esperta.
E che mi devono pagare di conseguenza🤑
Per questo motivo, so che il titolo di fractional ad alcune risulta un po’ arrogante.
A me no.
Ma forse perché ho abitato a Parigi - e quindi all’arroganza sono molto abituata.
A me fractional piace particolarmente, come job title, perché mette in luce in una parola sola e semplice la natura diversificata e complessa della giornata tipo (e della psiche) di chi ha scelto di mettersi in proprio in ambito tech e digital.
Mi sembra che questa parola sottolinei, quindi, anche qualche sfumatura psicologica di chi fa questo lavoro - e in questo modo.
Detto questo: no, se ai mercatini di Natale di Pergine Valsugana mi chiedono cosa faccio di lavoro, io non uso questo termine. Non dico che sono una fractional startup manager mentre ordino un giro di brulè. E, se dovessi presentare Matteo Marchesano all’Ale detto il Polacco che ha un rifugio in Panarotta, non gli dico che il mio amico è un fractional product manager.
No🙅♀️
Piuttosto dico che Matteo, dopo aver lavorato con Talent Garden e aver fondato l’azienda di cui ero invidiosa, Creative Harbour, (e, per mia doppia invidia, dopo che questa è stata venduta a Cosmico Milano la scorsa estate), adesso Matteo è un libero battitore che aiuta le aziende che vogliono vendere qualcosa (che sia oggetto fisico o servizio, in ambito tech è generalmente detto prodotto) e lo fa da quando nasce l’idea a quando è ora di testarla, correggerla, pubblicarla, comunicarla e - non da meno - monetizzarla.
“Uno dei miei obiettivi principali in questo percorso professionale è fare cose che mi divertono, che è il primo posto nella scala di scelta del lavoro.”
E io capisco benissimo cosa significa quel divertente. E no, non è veramente divertente: per intenderci, non traduce l’inglese funny, ma traduce piuttosto engaging. O l’italianizzato committante. Perché quando decidi di fare questa vita frazionale devi metterci talmente tanto del tuo (anche in termini di rischi, di compromessi e più in generale di ansia) che se non ti convince il progetto (o chi lo organizza) è finita.
Sì, finita.
Ho sempre combattuto per fare quello che mi piace, sono un po’ sovversivo, quindi se non faccio quello che mi piace dopo un po’ rompo il gioco e me ne vado. Sono sempre stato un po’ irrequieto da questo punto di vista, però forse questo mi ha portato a oggi fare delle cose che mi piacciono molto e divertirmi, quindi va bene così.
Mi chiedo se è questa irrequietezza a portarlo in giro per il mondo, prima come baby nerd, poi come elettricista d’alta quota, e poi come sommelier improvvisato negli stellati, e ancora come founder di startup.
Lo faccio perché mi rivedo in lui.
E infatti, quando dice che il viaggio per lui è “un’esigenza più che una passione”, mi ritrovo me stessa - frazionalmente - nelle sue parole.
E se stanno così le cose, se dentro siamo così simili, posso serenamente smettere di invidiarlo.
Ne vuoi una conferma?
Da questo punto in poi, trovi la conversazione integrale, senza tagli e senza ritocchi.
Buona lettura!







🤫Intervista Integrale, maggio 2025.
👋
L - Sei una delle persone che nel mio Instagram feed ha il maggior numero di geografie coperte in un mese: sei uno dei principali viaggiatori della mia rete, Matteo Marchesano e ti do ufficialmente il benvenuto a questa puntata di Cose da dire prima di morire.
M - Ciao Luci, sono Matteo, sono stato un ragazzino che ha sempre fatto fatica a studiare, ma aveva sempre un sacco di passioni ed era molto creativo. Percorso normale ho scoperto poi a 36 anni che il percorso normale non faceva per me. Sono sempre stato un nerd alla prima ora, il mio primo pc l’ho avuto a 9 anni e mezzo, quindi non giocavo a calcio e stavo al computer tutti i giorni, quindi la passione nasce un po’ da lì, quindi nel tempo ho iniziato subito a lavorare, diciamo, prima che finissi le superiori, mi hanno anche bocciato due anni, prima che finissi le superiori ho iniziato a lavorare in un negozio che aggiustava computer, quando ancora si aggiustavano i computer nella mia città, per due anni sono stato lì e poi diciamo che un po’ l’ambizione, un po’ la voglia di costruire, di fare cose, di sperimentare mi ha portato fuori da Asta in fretta, ho fatto un bel po’ di start up, nel senso che ci ho provato un bel po’ di volte, imparando tanto, sono stato anche in Silicon Valley 4 mesi con la mia prima start up, ho fatto un po’ di cose, a un certo punto mi sono trovato a Torino in un acceleratore, poi mi sono trovato a Milano in un’agenzia, poi mi sono trovato cinque anni in Talent Garden e poi adesso faccio freelance, faccio fractional product per aziende.
2.👨🔧
L - Ma che cos’è un fractional?
M - Un fractional presta il suo tempo, parte del suo tempo alle aziende, quindi presta parte del suo tempo e le sue competenze ad aziende che hanno bisogno di cose e quindi io lavoro con più aziende tendenzialmente, definendo magari degli scopi precisi, dei percorsi precisi, così da cercare anche di avere un impatto che abbia senso per entrambi. Mi occupo di prodotto digitale tendenzialmente, ma anche di servizi. Nel tempo diciamo che ho raccolto nel mio zainetto tutta una serie di passioni prima che competenze che mi hanno permesso appunto oggi di occuparmi di lancio di prodotto, quindi go to market sostanzialmente. Sono un appassionato di design, di cose belle, sono un appassionato del mondo tech, anche se la mia carriera da sviluppatore è durata solo qualche mese, e sono un appassionato di comunicazione e marketing, e quindi nel tempo ho capito che mettere insieme queste tre cose, più a livello strategico, è la cosa che mi viene più facile da fare, che mi diverte di più e quindi faccio questo.
3. ⛰️
L - Dove comincia la tua storia?
M - Sono nato in Val D’aosta nel 1989, in mezzo alle montagne, cresciuto lì, anche se le mie origini sono sull’Italia e le rivendico sempre, tutte le volte che mi presento e dico che sono di Aosta, non che io non ami Aosta, anche se non credo sia il mio posto, ma mi piace rivendicare le mie radici. Calabria. Figata, non lo sapevo, non avevo nessuna idea che tu avessi radici calabre, beh forse anche il fototipo avrebbe dovuto dirmi qualcosa, però non conosco molta gente di Aosta, forse siete tutti quelli che lo so, quindi non mi sono fatta tante domande.
4. 🏝️
L - Rispetto alla tua passione per il viaggio, è una passione che hai sempre avuto?
M - No, è una passione che forse non è proprio una passione, è più un’esigenza, nel senso che ho sempre guardato il mondo in maniera da persona statica, con molta paura di scoprirlo, però mi è sempre affascinato molto perché ho sempre pensato che potesse darmi qualcosa per scoprire di più su di me e per un sacco di anni ho costruito una serie di alibi lunghissima per non affrontarlo e poi per una serie di vicissitudini negli ultimi tempi ho dato voce a questa pulsione, insomma, l’ho esplorata un po’ e devo dire che mi piace molto. Poi appunto qualche anno fa, prima del covid, ho lanciato anche appunto, come sai, una start up che parla di viaggio, intesa come viaggio di scoperta proprio, e quindi negli ultimi anni diciamo che mi ci sono appassionato ma proprio come strumento di scoperta personale. E hai una tua meta preferita, una tua meta del cuore? Diciamo che le mie mete del cuore sono tutte le mete che hanno il mare, forse indistintamente, nel senso che l’acqua è un po’ il mio elemento e mi dà respirazione, mi dà calma, mi agita, dipende dai momenti però è una buona zona di comfort per me.
5. 🏴☠️
L - Ma senti, come ti è nata questa idea di Creative Harbor appunto? Io mi ricordo di aver intercettato questo tuo progetto già forse in una fase in cui era già stato creato, mi ricordo di averlo letto online e ho detto mio Dio che figata, quindi tu ci offri la possibilità di andare a lavorare in questi posti bellissimi, di stare con persone che fanno le mie stesse cose, dimmi se sbaglio però penso fosse all’inizio a Canarie?
M - Sì, a Forteventura. Diciamo che è nata non solo da me ma anche da altri due amici. Durante il periodo del Covid ci siamo ritrovati chiusi in casa, questa cosa diciamo che ci ha stimolato molto rispetto al fatto che appunto nel resto del mondo i digital nomads esistono da vent’anni, nel senso che diciamo che le policy remote in America esistono da sempre, nulla di nuovo quindi. Sicuramente abbiamo colto un’esigenza che sentivamo noi per primi e che poi sentivamo anche nel resto delle persone, lo sentiamo tutti i giorni e da qui quindi abbiamo deciso di provare appunto a lanciare sul mercato un prodotto che permettesse alle persone di viaggiare e lavorare insieme, quindi il nostro obiettivo è sempre stato quello di costruire dei posti e delle esperienze che permettessero alle persone di fare questo in maniera più facile. Abbiamo avuto una casa a Forteventura per un anno, abbiamo costruito un co-working dentro, abbiamo avuto un sacco di persone anche internazionali che sono venute lì a vivere perché poi c’è chi è stato anche due mesi con noi, quindi l’obiettivo era proprio per noi l’obiettivo è proprio raccontare il fatto che si può vivere in modo diverso, più vicini a se stessi, più vicini alle proprie passioni, scoprire un po’ il tempo per sé. Creative Harbour fa questo, poi unisce persone simili e ce ne sono tante.
L - Decisamente, ma guarda e nel tuo hai anche tanto ispirato me, non so se questo l’hai mai saputo, però io invece mentre tu facevi questo era un momento della vita completamente diverso, vivevo all’opposto di questa libertà, invece avevo un 9-18 più che fisso, una sede più che fissa e guardare queste iniziative mi ha aiutato anche a capire che forse dovevo mettere in discussione quello che avevo in quel momento e iniziare a rompere un po’ di agini mentali prima di tutto, per poi aprire nuovi percorsi. M - Poi nella verità è molto difficile portare le persone via, abbiamo fatto un sacco di ricerche rispetto a questo, c’è sempre l’alibi di turno, la partita di calcetto, la nonna, il gatto, tantissime, potrei stare qui a elencarne tantissime, quindi alla fine la gente non parte o partono in pochi comunque, non abbastanza per noi per farci un business, però abbiamo raccolto un sacco di esperienze su come fare questa tipologia di esperienze e l’anno scorso abbiamo fatto un pivot e quindi adesso facciamo esperienze di team building per aziende, sta funzionando molto bene devo dire, siamo molto contenti, ci siamo riusciti a dare una svolta almeno in questo momento all’azienda e quindi portiamo la visione, la nostra visione del mondo appunto delle aziende, delle start up corporate e costruiamo esperienze di off-site, team retreat, team building in generale per aziende.
6. 💼
L - Bello, bello, mi sembrava un’ottima svirgola e invidio un po’ anche le persone che si troveranno quindi a vivere questo team building firmato Creative Harbor perché deve essere niente male come esperienza. E la tua nuova vita di fractional?
M - Il motivo per cui ho deciso quest’anno di diventare Fractional è di fatto aprire la partita IVA, meno sexy da dire ma è proprio questo, ho capito che funziono meglio se ho più stimoli soprattutto per la tipologia di lavoro che faccio io, nel senso che sono una persona che in questo momento lavora molto a livello strategico e per me avere tanti stimoli, sapere come unire puntini, poi sono molto curioso e quindi questa cosa mi permette di stare su business totalmente differenti e avere l’approccio da product secondo me in questo momento è un buon approccio per lavorare con qualsiasi tipo di azienda e portare un po’ di innovazione per lo meno dal punto di vista del mindset. Poi sono un entusiasta, quindi ricevere un messaggio da qualcuno, da qualcuno che mi dice ciao volevo parlarti di questa cosa, dico wow, qualsiasi cosa sia, dico wow, bellissimo! Ho ben presente la sensazione, decisamente, a volte anche nociva perché a rischio di chi si entusiasma così tanto e poi dire 700 sì e trovarsi impiccato perché hai detto quello di troppo. Questo devo dire che sto imparando ad ascoltare e a prendermi il tempo di dire di no. Non sempre si può fare però perché comunque poi mi viene a portare a casa la pagnotta, ma uno dei miei obiettivi principali in questo percorso professionale è fare cose che mi divertono, che è il primo posto nella scala di scelta del lavoro, quindi perché altrimenti dopo un po’ mi annoio. Se lo fai solo per soldi, personalmente non riesco ad apportare il valore giusto, quindi un po’ appassionato devo essere, con un po’ di entusiasmo ce lo devo tenere perché altrimenti finisce per essere una task da fare e come dire, da persona con un po’ di ADHD diventa difficile fare delle task che non hai voglia di fare. Non funzioni e poi rendi scontenti gli altri e te stesso, almeno io ci tengo parecchio alle cose che faccio, quindi è più dannoso per me che per gli altri.
7. 🧠
L - Sono completamente d’accordo anche su questo aspetto, ripenso, guardo indietro e penso al nostro comune amico che una volta mi ha detto, mi raccomando, quando apri partita IVA non fare l’errore che fanno tutti di prendere 18 clienti tutti insieme. Yes! E invece, perfettamente allineata con la con la massa critica, anch’io ho fatto questo errore, spero non sia lo stesso per te.
M - No, perché io, almeno in questo momento, comunque anche nel lavoro precedente, ho capito che il tempo vuoto è un tempo sacro per me, quindi il tempo per pensare soprattutto nel nostro lavoro, cioè avere continuamente stimoli e cose da fare non ti permette di essere lucido e di generare cose nuove o di generare cose in generale. Quindi cerco di mantenere alcuni spazi safe per me, proprio perché altrimenti non sarò in grado di portare valore sulle cose che faccio.
L - E cosa ti aiuta ad esempio a creare i tuoi spazi di silenzio, a creare i tuoi momenti di concentrazione? C’è qualche tua rituale che magari puoi anche consigliare a chi ci ascolta e che magari si trova nel tuo stesso contesto? Dici, anch’io mi sento ubriaco a fine giornata perché ho avuto troppi stimoli, troppe condivisioni, anche bellissime, però non riesco, nel mio cervello capisco che non riesci a fare quel passo in più.
M - Guarda, una cosa che ho scoperto da poco nell’ultimo viaggio è chiudere il computer senza paura. Sì, perché siamo stati abituati a performare, abbiamo questo culto del performare in continuazione che secondo me non è per niente sano da nessun punto di vista. Credo che ci voglia, secondo me non è da confondere con il sacrificio, cioè non fare sacrifici per raggiungere un obiettivo, fare qualcosa, è proprio riuscire a ritagliarsi lo spazio senza paura. Faccio cose banalissime, non sono organizzatissimo, però vado in palestra, mi alleno oppure passeggio molto. Ieri sera sono andato a cena con due amici e mi sono fatto 40 minuti di camminata apposta di prendere la metro. Quello per me è un spazio vuoto. In posti nuovi senza musica nelle orecchie, in posti molto conosciuti tipo Milano mi chiudo nella mia bolla, preferisco farmi il mio viaggio.
8. 🌇
L - E il tuo rapporto con Milano: ti piace star lì?
M - Mi piace star qui? Domanda perfetta in questo momento della mia vita. Non lo so se mi spiace stare qui, sicuramente la critico molto. Sembra un trend abbastanza generale, no? Diciamo che il ritorno... Stato via appunto con un viaggio lungo, quasi tre mesi, quindi tornare a Milano mi agitava un po’. I primi due giorni sono stati un po’ così. Ieri, mentre passeggiavo, ho detto ma alla fine io sto bene, basta questo. Cioè nel senso non cercare qualcosa che non hai, vorrei esservi qua, vorrei esservi là. Adesso sono qui e va bene così, quindi prendi quello che c’è. Perché se ci continuiamo a focalizzare su quello che non hai, sul fatto che stai male, questo stare male potenzialmente aumenta. Mentre se sposti il tuo fuoco su ok ma sono qui, sto surfando delle opportunità, incontro i miei amici e comunque sto bene lo stesso, forse basta questo, no? Quindi non cercare per forza sempre tutto. Quando sto qui cerco qualcosa e mi faccio bastare quello. Quando sono al mare, sto bene anche al mare, mi piace stare al mare. Quindi secondo me la mia, come dire, la mia sfida sarà trovare il giusto balance tra le due cose. Ero a Bali, ma dopo due mesi e mezzo ho iniziato a sentirmi un po’ fluffy. Per come sono fatto io, ho bisogno di stimoli, la città mi mancava. Sono contento di essere tornato con un’energia nuova, perché poi secondo me deve servire un po’, no? Andare per tornare, siamo in continua evoluzione, quindi questo pezzo di evoluzione adesso è un buon pezzo e quindi voglio sfruttare per far sì che sia generativo, no?
9. 📿
L - Un po’ di ansietta: ora io non ho mai visto Bali e come sai non abito a Milano, ma l’immagine di passare da Bali a Milano in effetti, astrattamente mi mette un po’ di agitazione.
M - Sì, diciamo che io a Bali ho lavorato tutti i giorni, però diciamo che il fuso orario mi ha aiutato molto, perché tu da quella parte ti trovi 6- 7 ore a disposizione, che qui non hai, e quando finisci di lavorare riesci a contingentare meglio il tempo, perché io finivo a lavorare la luna di notte ma iniziavo a lavorare alle 3 del pomeriggio, quindi dalle 7 del mattino alle 3 del pomeriggio avevo tanto tempo per vivere il mio tempo. Mentre ecco, essere tornato qui, quella routine non ce l’ho più e quella mi manca un po’, cioè avere lo spazio della calma e non della frenesia di fare cose, di andare in ufficio, cioè dovrei svegliarmi alle 4 del mattino se volessi avere il tempo per me, andare a dormire alle 7, cosa che è poco probabile, quindi...
L - Percepivo un po’ come un piano irrealizzabile dalle tue parole, poi potrei sbagliarmi nella mia valutazione, però volevo chiederti un po’, sembrando Tiziano Terzani cosa ti sei portato a casa da questo viaggio balinesiano?
M - Mi sono portato a casa la voglia di continuare a viaggiare da solo, tanta calma, un sacco di nuove persone belle che ho conosciuto, energia buona sostanzialmente, vediamo quanto dura, però...
10. 🕵️
L - E quando parlo con te e percepisco la varietà dei tuoi interessi, ovviamente condivido e sottoscrivo la necessità dell’entusiasmo che guida, come motore stabile tutto questo, mi verrebbe da chiederti, tornassi indietro in un’ipotetica vita B, un piano 2, c’è un’altra carriera che faresti, anche un altro percorso anche di vita proprio generale, non soltanto il lavoro che svolgi, ma anche da un punto di vista formativo o di opportunità, c’è qualche piano B che puoi immaginare?
M - Allora, per tanti anni della mia vita, ho pensato che avrei voluto fare un liceo turistico, in Val d’Aosta, per imparare meglio le lingue, perché sono una scarpa, a 33 anni mi sono svegliato e faccio un corso d’inglese. Sì, perché a Bali ho sentito, è nata proprio l’esigenza profonda di riuscire a comunicare chi sono i miei pensieri a persone nuove che non parlano la mia lingua, e quindi questa cosa ha generato un’esigenza, e quindi meglio tardi che mai. Quindi avrei fatto quello forse, però la verità è che, se ci penso, riflessioni che ho fatto a Bali, se ci penso profondamente, quando avevo dieci anni immaginavo che il mio percorso fosse così. Davvero? Sì, nel senso che io ho sempre visualizzato un Matteo che a un certo punto faceva cose e piano piano si realizzava. Ho sempre combattuto per fare quello che mi piace, sono un po’ sovversivo, quindi se non faccio quello che mi piace dopo un po’ rompo il gioco e me ne vado. Sono sempre stato un po’ irrequieto da questo punto di vista, però forse questo mi ha portato a oggi fare delle cose che mi piacciono molto e divertirmi, quindi va bene così.
11. 🤟
L - Sarei curiosa di sapere com’è stata la tua adolescenza?
M - Il mio soprannome fino a vent’anni, a meno dei miei amici d’infanzia, mi chiamavano ancora Matto.
L - Ah, ok, Matto, così.
M - Sì, era il mio soprannome. Non c’è altro da aggiungere, direi, rispetto a questa nomenclatura. No, sono sempre stato abbastanza vulcanico. Sono diventato Matte, tra Torino e Milano sono diventato Matte, per alcuni sono Marche, un pezzo del mio cognome, non so perché. Ho sempre pensato che chiamare per cognome generi distanza dall’altro, quindi non mi è mai piaciuto, però adesso mi chiamano Matte, perché conosco un altro Matteo che non è più quello dell’adolescenza, probabilmente. L - Com’era il Matto? Come me lo devo immaginare, il Matteo Matto?
M - Molto spericolato, senza paura. Ne ho molta di più adesso che un tempo.
12. 🪞
L - Che paure hai adesso più di un tempo?
M - In generale sono diventato più ipocondriaco, nel senso che do più valore alla morte, probabilmente, sono molto attaccato alla vita, mi piace vivere anche nella sofferenza, quindi sì, questa è la paura più grande, la paura di non avere abbastanza tempo per fare le cose che voglio fare.
Poi la paura di rimanere incastrato nei miei pensieri e quindi di perdere questo tempo stando troppo a pensare, anche se è una cosa che mi piace molto fare. Mi è venuta la paura del vuoto che un tempo non avevo, cioè se vado su una scala a pioli alta, a volte mi tremano le gambe, sì, un tempo no.
L - Guarda, a me sudano i palmi delle mani e il sotto dei piedi anche solo quando guardo i reel della gente che si cala giù, quindi non potrei non comprenderti meglio di così, è nuova quindi quella delle vertigini?
M - Ho scoperto qualche anno fa un parco avventura. Sì, sì, sì, sono arrivato spavaldo e mi sono bloccato e ho detto, ma io qualche anno fa questa roba, la stessa roba l’avevo fatta senza paura, come mai adesso hai paura?
L - Ti sei dato delle risposte interiori su questo tema?
M - Credo che in quel periodo fossi più difeso in generale, questa cosa si riflettesse su tanti aspetti, tra cui la paura. Certo, forse è un tratto distintivo dell’adultità.
13. 🙅♂️
L - Qual è stata la tua paura più autolimitante, soprattutto nel passato, o che tu senti che ti abbia limitato di più nel tuo percorso?
M - La paura del giudizio e la paura di non essere abbastanza bravo, di non essere abbastanza generale. Queste due ancora oggi fanno capolino. Queste sono le due paure che mi perseguitano da sempre e su cui lavoro da sempre. E su quella del giudizio sei riuscito a trovare qualche tuo livello proiettivo, qualche tuo rituale per salvarti da questa cosa? Diciamo che crescendo sto imparando che va bene così e che quello che pensano gli altri forse a me interessa poco. Il giudizio che un altro mi dà parla di lui, non parla di me. Non è sempre semplice essere così balance, ma già averlo chiaro è un pezzo del lavoro, almeno per me. Per la paura di non farcela, invece, è un pezzo per volta. Non sono un fan della storia che devi andare fuori dalla tua zona di comfort per far accadere le cose, no? Quindi non ti impari, ma piuttosto rispetta la tua paura e giocaci. Nel senso che è un pezzo per volta, quando ti senti affrontala e quindi faccio così.
14. 🗺️
L - Viaggiare da solo forse può aiutare un po’ a prendere confidenza anche con queste tue paure?
M - Totalmente, credo che l’ultimo viaggio che ho fatto abbia proprio dato un twist a questo sentire che ho, però ho altri viaggi in solitaria, mi piacerebbe visitare città, a me piace la città.
L - Ne hai una nel quadernino, segnata, che dovresti proprio vedere e morire?
M - In questo periodo sto pensando ai Nordics, quindi Copenaghen, mi piacerebbe, non ci sono mai stato, mi piacerebbe andarci, mi piacerebbe andare lì e esplorarla. Tanti mi hanno detto che è molto bella, quello che vedo da fuori sembra molto bello, è una città che funziona, è un posto che funziona, mi piacciono le cose che funzionano, quindi dico ok.
15. ☁️
L - Senti, ma tu, passando dal viaggio fisico al viaggio spirituale, hai una tua concezione di al di là, anche seria o ironica che sia, hai un tuo concetto di cosa c’è dopo?
M - Sicuramente qualcosa c’è, ci sarà qualcosa di bello, sicuramente, voglio pensarlo così, nel senso che anche quello è un cambiamento di stato, qualcosa rimane sicuro, qualcosa se ne va, diciamo che la vita terrena non è l’unica vita che abbiamo, quindi è un pezzo. Spero di incontrare qualcuno, mi piacerebbe incontrare sicuramente, vabbè io sono un fan della prima ora di Steve Jobs, da bambino ho sempre sognato di diventare come lui, quindi se lo incontrassi per conoscerlo sarebbe bellissimo, sarebbe un sogno che si realizza.
16. 📽️
L - C’è qualcosa che guardandoti indietro rimpiangi di non aver fatto?
M - Sicuramente iniziare a viaggiare prima e sicuramente ascoltare molto di più la mia pancia, perché ho sempre teso a farmi un po’ influenzare da chi avevo intorno, per le paure di cui ti raccontavo prima e quindi a non seguire veramente ciò che sentivo, quindi mi piacerebbe ascoltare di più ciò che sento e fare di più ciò che sento, cosa che in questo momento faccio molto di più però rispetto al passato ecco, fare questo, fare questo, tante piccole cose a cui do ascolto e voce e quindi poi il mondo inizia a rispondere di più come te l’ho immaginato.
Perché sei tu e non è qualcun altro a decidere.
Unico filtro.
17. 🎛️👨✈️
M - Ma forse, se vogliamo metterla un po’ più sul percorso di vita, il mio sogno, due sogni avevo, diventare DJ: sono un fan della musica elettronica, quindi musica dance, elettronica, sì, far ballare la gente, far sudare la gente, mettiamola così. Sudare la gente. Bob Sinclair era il mio, cioè quel ritmo mi è sempre piaciuto. Sì, oggi è cambiato un po’ il mio stile, perché ascolto musica un po’ più introspettiva. Poi io ero un fan di, cioè, sono anche DJ italiani, di Fargetta, Prezioso, Prezioso è proprio uno dei miei DJ preferiti.
L - E questo secondo me fa anche un po’ il pari con il tipo di musica che ti piace, la passione per lo sport, cioè, secondo me c’è un legame adrenalinico che lega questi due aspetti della tua vita. Ma ti ho interrotto, tu prima hai detto che due cose avresti voluto fare, una era il DJ...
M - L’altro il pilota, proprio perché sono spericolato, sì.
L - Ma pilota di...?
M - Di auto, se mi piace molto guidare. Sono stato qualche volta in pista, infatti un altro dei, diciamo, periodi adolescenziali era che avrei voluto diventare il poliziotto per entrare nella stradale, nella polizia stradale, guidare le macchine senza che nessuno gli dicesse niente per strada, un po’ alla GTA.
Vabbè, c’è un aneddoto per cui, in motorino, senza casco, nel mio paesello, i carabinieri mi incrociano, io corro a casa, mi cambio i vestiti, i carabinieri fanno la ronda intorno a casa mia, ragazzate di paese, insomma, non sarebbe successo comunque niente, mi avrebbero tirato le orecchie, probabilmente, però... perché comunque erano, come dire, persone molto buone.
18. 🍾
L - Che lavori strani hai fatto in passato?
M - Non credo di aver fatto lavori strani, ho fatto tanti lavori, questo sì. Per un periodo della mia vita ho fatto... cioè, un’estate ho fatto l’elettricista, mi sono trovato sotto il cervino a passare cavi in un hotel, in piena estate, ma lì nevicava e ricordo il freddo che ho passato e mi chiedevo che caspita ci facessi lì. Però vabbè, in un periodo start-up a Torinese, lavoravo in un ristorante, servivo il vino in un ristorante di classe e per un bel po’ di tempo ho... come dire, ho inventato vini buoni e abbinamenti.
19. ⚡
L - Quali sono i problemi del nostro tempo in questo momento, di cosa ci possiamo lamentare al bar secondo te?
M - Guarda, giusto ieri ho fatto questa riflessione mentre ero in metro, ne ho scritto anche un post linkedin. Non è per, come dire, per confrontare post diversi o... però penso che sia proprio un fattore culturale quello per cui dove vivo io in questo momento, perlomeno, si è molto centrati su se stessi, sulla propria carriera, sulla propria performance, su uscire meglio degli altri, su mostrarsi, e questo abbia fatto perdere un po’ il contatto con l’altro. Dov’ero fino a una settimana e mezza fa, sorridevano tutti, erano tutti molto aperti allo sconosciuto, mentre c’era molta gentilezza, ecco, c’era molta accoglienza, mentre nei nostri tempi la vedo poca e sempre di meno, soprattutto nel periodo storico in cui stiamo vivendo, penso che ce ne sia davvero bisogno, e si inizia dalle piccole cose, anche silenziosamente, non per forza bisogna fare sempre gesti eclatanti, però girarsi verso il proprio, come dire, compagno di scrivania e essere... usare un po’ di empatia, credo che ce ne sia bisogno. Quindi secondo me manca un po’ questo, di questo mi lamenterei, cioè mi piacerebbe vedere intorno a me persone più gentili, più disponibili, più aperte, meno protette, perché forse è anche un po’ il tempo che ci rende così, no?
20. 🪦
L - Cosa c’è scritto sulla tua lapide?
M - Secondo me la citazione che potrebbe esserci scritta è mi capiva. Mi piace molto ascoltare in generale le persone, le storie delle persone, empatizzo molto. E quindi sì, mi capiva, secondo me è un buon... non ho la pretesa di capire tutti, attenzione, però sicuramente di ascoltarli, questo sì. Parlo anche tantissimo.
L - E invece, passando a cosa ti piacerebbe consigliare a chi ti ascolta, c’è una massima o uno sprone o un consiglio con cui ti piacerebbe aiutare il prossimo tuo?
M - Non so se posso dare consigli, cioè non mi sento una persona in grado di dare consigli a qualcun altro su come vivere meglio, perché io per primo non ci ho capito ancora niente, quindi ci provo giorno dopo giorno. Probabilmente sento che tanti hanno paure simili alle mie e a loro direi di provare almeno a fare un passetto alla volta e affrontarle in qualche modo, per non rischiare appunto di arrivare a un certo punto della propria vita in cui il tempo è finito e avere troppi rimpianti.
21. 🤫
L - Ci sono guilty pleasures che non ci aspettiamo da te?
M - Allora, guardo un sacco di reel di cucina, un sacco. E invece ascolto le frequenze, ho un paio di playlist dove senti solo... cose così.
22. ⭐
L - Cosa auguri al Matteo che ascolterà questa puntata uscita?
M - Auguro di sentirsi come si sente oggi o meglio, di non farsi travolgere dalla vita frenetica del ricettino milanese.
L - Te lo auguro di tutto cuore, grazie Matteo di essere stato ospite a Cose da dire prima di morire.
M - Grazie a te per avermi ascoltato.
E un sacco di cose così.

